HomeRistoranti › Come nasce un vero chef di sushi: le tappe del percorso giapponese e cosa serve in Italia
Ristoranti

Come nasce un vero chef di sushi: le tappe del percorso giapponese e cosa serve in Italia

📅 25 Agosto 2026✍️ di Laura Santamaria⏱️ 4 min di lettura

In Giappone si parte dal basso: anni al riso, alla pulizia del pesce e all’ordine del banco, poi il passaggio al taglio e al servizio. In media servono 7-10 anni per essere riconosciuti al bancone. In Italia non esiste un albo: bastano pratica seria, certificazione HACCP, rispetto del Regolamento UE sull’abbattimento del pesce e, per chi apre, le pratiche con ASL e Comune.

Le tappe nel percorso giapponese

L’accesso tipico avviene da minarai, l’osservatore che impara guardando e pulendo. Seguono mesi da wakiita, il “braccio laterale” dell’itamae: lava il riso, condisce lo shari, porziona le alghe, mantiene il banco pulito. Solo dopo anni si impugnano i coltelli davanti ai clienti.

Il titolo di itamae non è formale ma riconosciuto dalla brigata. Contano costanza, velocità senza fretta, regolarità dei tagli e padronanza delle temperature. Tempi lunghi, giudizio stretto. A Nagoya, la famiglia che mi ha ospitata teneva un quaderno: ogni granello di riso annotato, ogni errore ricordato.

L’ABC tecnico: riso, taglio, temperatura

Il riso è identità. Si sceglie una varietà a chicco tondo, si lava fino a ottenere acqua limpida, si dosa l’aceto in base a umidità e stagione. Lo shari va ventilato e poi tenuto a 36-38 °C. Un riso freddo spegne il pesce, uno troppo caldo lo cuoce.

Il taglio definisce consistenza e dolcezza. I coltelli principali: yanagiba per il sashimi, deba per sfilettare, usuba per le verdure. Angoli e direzione cambiano con il pesce. Il tonno richiede scorrimento lungo, la ricciola un taglio più corto. Nessuna seghettatura, mai pressione verticale.

Le mani sono termostati viventi: si bagnano in aceto e acqua, si lavorano nigiri in tre mosse, senza schiacciare. L’ordine del banco decide la velocità: riso a sinistra, neta a destra, asciugamani centrali. Ogni gesto riduce gli spostamenti superflui.

Pesce, maturazione e igiene

La qualità comincia all’acquisto. Occhio lucido, branchie rosse, odore pulito. Ma il crudo non è sempre “appena pescato”: alcune specie migliorano con brevi maturazioni controllate. L’ikejime riduce lo stress, preserva struttura e sapore. La frollatura breve (jikomi) concentra umami in tagli come orata o spigola.

Igiene è routine rigorosa. Taglieri separati, lame sanificate, panni cambiati spesso. Temperature registrate. In Giappone, il rispetto del banco è rituale: superfici asciutte, nulla di appiccicoso. In casa, a Nagoya, ho visto usare aceto leggero anche per strofinare il bancone, a ogni fine servizio.

Cosa serve in Italia per lavorare davvero

Per lavorare come dipendente in un ristorante di sushi servono formazione e attestato HACCP. È obbligatorio conoscere procedure di igiene, allergeni e tracciabilità. Per il pesce destinato a consumo crudo o quasi crudo è necessario l’abbattimento o l’uso di prodotto già bonificato secondo Regolamento (CE) n. 853/2004.

Il requisito pratico: disponibilità di un abbattitore idoneo oppure filiera certificata. Temperature di riferimento: -20 °C per almeno 24 ore o -35 °C per tempi più brevi, secondo manuale aziendale e specie trattata. Tutto va documentato in un registro, parte del piano di autocontrollo.

Chi apre un’attività deve presentare la SCIA al SUAP, registrarsi presso l’ASL territoriale, predisporre il manuale di autocontrollo, aggiornare formazione del personale, garantire tracciabilità fornitori e gestione allergeni in menù. Contratti chiari per la catena del freddo e termometri tarati completano il quadro.

Scuole, stage e scelta del mentore

Non esiste un titolo legale di “itamae” in Italia. Si cresce tra bottega e pratica. Le scuole serie offrono moduli brevi intensivi più stage. Segnali positivi: poche ricette, molta manualità; controllo del riso a temperature reali; verifica dei coltelli; parte su igiene e registri.

Diffidare di programmi lampo “diventi chef in due settimane”. Meglio cercare un banco dove allenare le mani: 200 nigiri al giorno, ogni giorno. Chiedere chi è il responsabile del riso, come gestiscono l’abbattimento, che aceto usano e perché. Le risposte dicono la cultura del posto.

Costi, tempi e attrezzature essenziali

Un percorso credibile richiede 12-24 mesi di pratica intensiva per arrivare a autonomia di base al banco. Per diventare riferimento di cucina, contate 5 anni di sala, tagli e fornitura. In parallelo, aggiornamento annuale su igiene e norme.

Attrezzature minime: coltelli ben affilati, pietre di grana diversa, hangiri per il riso, ventaglio, contenitori GN separati, panni in microfibra, termometro a sonda, abbattitore o fornitore garantito, registri cartacei o digitali. Il resto è metodo: scorte piccole, rotazione stretta, sprechi sotto controllo.

Costi indicativi per partire come professionista dipendente: corso HACCP, lame e pietre, divise, scarpe antiscivolo. Per chi apre: abbattitore, banco refrigerato, hangiri multipli, coltelli professionali, arredi lavabili, manuale redatto con un consulente.

Rituali, servizio e racconto

Il banco è teatro sobrio. Pochi gesti, parole misurate, attenzione al cliente. I morsi devono scorrere: riso tiepido, pesce a temperatura, pennellata di nikiri quando serve. A Nagoya mi hanno insegnato che il racconto nasce dal piatto: dire poco, mostrare molto.

In Italia funziona chi unisce tecnica, trasparenza e rispetto delle stagioni. Menu brevi, fornitori tracciabili, spiegazioni chiare su abbattimento e origini. La credibilità è il vero ingrediente segreto.

Laura Santamaria

Laura ha vissuto per un anno a Nagoya ospite di una famiglia giapponese, imparando i segreti del sushi casalingo e della cucina kaiseki. Nei suoi articoli concentra attenzione su ingredienti, rituali e racconti familiari tramandati.

Torna in alto